(DIS)AVVENTURE IN VIAGGIO

Viaggio in Florida: cronaca semiseria di una (quasi non) partenza.

Si sa, per chi viaggia, spesso con gli aerei, l’imprevisto è dietro l’angolo. Imprevisti, cancellazioni, ritardi, overbooking e scioperi sono da mettere in conto. A volto invidio l’indipendenza dell’auto: parti quando vuoi, ti fermi per strada se hai bisogno e arrivi con tutta calma, se non hai impegni o appuntamenti. Magari trovi un po’ di coda, qualche ingorgo, la sfiga ti prende di mira e ti buca una gomma o ti fa scoppiare il motore. Ma son dettagli. Sicuramente sei più indipendente. Purtroppo però non tutte le destinazioni sono a portata di quattro ruote, e bisogna a ricorrere o al cavallo d’acciaio – come lo chiamavano gli indiani – oppure all’aereo.

Credo sia risaputa la mia paura di volare e come io continui ad affrontarla. Ma per una semplice questione di probabilità, non ti può andare sempre bene e prendere ogni volo senza problemi. Non puoi sperare che vada sempre tutto liscio, quando prendi nella tua vita più di 20 voli aerei. E quindi sì, è capitato anche a me di avere queste problematiche. Nella fattispecie, è successo durante la partenza per il mio viaggio in Florida. Ma andiamo con ordine.

La prenotazione del volo.

Nel novembre 2015 finalmente, dopo circa un mese a trasferirci virtualmente per il mondo per decidere la nostra meta invernale, era arrivata l’ora di prenotare il volo per Miami. Il prezzo più conveniente l’avevo trovato sul sito di Lufthansa. Ricarico la mia postepay e prenoto. Il mio iPad, inizia a caricare la pagina di conferma e… ops, qualcosa è andato storto. Il volo non mi viene confermato ma scopro soprattutto, e la cosa mi irrita non poco, che l’importo sulla mia carta mi viene bloccato, e non ho possibilità di riaverlo indietro. Ovviamente parte lo scaricabarile tra compagnia e banca su chi abbia bloccato i soldi e chi li debba restituire. Niente, dovrò aspettare massimo 14 giorni per riavere i cash. Non me ne renderò conto, ma questa è la prima avvisaglia che qualcosa andrà storto.

Secondo messaggio subliminale: Se dovessi aspettare i fatidici 14 giorni per la restituzione dei soldi, il prezzo del biglietto può salire. Meglio trovare un’alternativa. Chiamo la compagnia e provo a fare la prenotazione al telefono. Con i diritti di vendita, il prezzo sale. Niente, cerchiamo una carta di credito alternativa. Me la presta mia cognata, alla quale prometto di restituire i soldi appena li riavrò sulla mia postepay. Nel frattempo è gia passata una settimana. Il prezzo fortunatamente è ancor lo stesso. Riprovo la prenotazione. Nuovo rifiuto, questa volta senza blocco di soldi. Riprovo subito dopo. Nisba. Mi girano gli zebedei e mi attacco al telefono con la Lufthansa, dove mi viene specificato che il server ha un non meglio specificato problema e che stanno provando a sistemarlo. “Riprovi domani”. Questo volo non s’ha da fare, penso.

La sera successiva ci provo per l’ennesima volta e…miracolo! Il volo è confermato: Da Venezia a Vienna, e da Vienna a Miami in andata con Austrian Airlines. Da Miami a Zurigo e da Zurigo a Venezia in ritorno con Swiss. Subito dopo la conferma corro in cucina esultante “Ragazzi si va a Miami! Gimme five!!!”.

Il check in online.

09/01/2016

Terzo messaggio: due giorni prima del volo, provo a fare il check in on line. Inserisco i dati, passaporti alla mano. Check in per Silvia, Rachele, per me e Riccardo: particolare non indifferente, Ricky è neonato e vola con me – tenetelo a mente, fondamentale per lo sviluppo della storia – . Il check in da Venezia a Vienna non è un problema, da Vienna a Miami io e Riccardo non veniamo checkinati. Quindi non mi è possibile stampare le carte d’imbarco. Strano, penso. Riprovo, nada. Ri- riprovo, ri-nada. Errore sconosciuto. Decido di riprovare nel pomeriggio. Altro tentativo. Nulla da fare. Se tre indizi fanno una prova, meglio muoversi, e parlo fisicamente. Chiamo la compagnia, mi dicono di andare in aeroporto, e così faccio. Al banco dell’Austrian mi confermano che tutto è a posto, che la prenotazione è confermata e partirò regolarmente ma non mi devo preoccupare: se non riesco a stampare le carte d’imbarco, lo posso fare al banco il giorno della partenza. Ok, ma non sono tranquillo. Torno a casa e aspetto il giorno della partenza.

La partenza.

10/01/2016

Sera prima della partenza: Silvia “Portati via gli occhiali di riserva, che non si mai.”

Luca:” Ma va, tanto a cosa servono? Non hanno nemmeno la gradazione corretta!”. Fine del discorso.

11/01/2016

E’ arrivato il grande giorno. Florida, arriviamo! O almeno spero…

Cinque del mattino, aeroporto Marco Polo, al banco del check in di Austrian Airlines. Fornisco la documentazione. L’hostess inizia le procedure mentre io nella mia testa continuo a pronunciare il mantra “Fa che vada tutto liscio, fa che vada tutto liscio…” da circa dieci minuti. Spiego che ho avuto un problema e che non sono riuscito a fare il check in online. Escono le carte d’imbarco. Sono solo quelle per Vienna. Come previsto ora mancano quelle per Miami. La tipa continua a smanettare al PC, ma le carte d’imbarco non escono. Il suo volto cambia espressione. Chiama la collega.

“C’è qualche problema vero?” chiedo

“No no tutto a posto, ora risolviamo” Quindi c’è un problema.

Mi giro, inizia a formarsi coda.

“Non riesci a stampare le carte d’imbarco vero?”

“Come lo sa?”

“Ho avuto lo stesso problema a casa. Per questo sono venuto qui in anticipo”

“Ha fatto bene. Purtroppo sul volo per Miami da Vienna riesco a fare il check in di Silvia e Rachele…”

“…ma non di me e Riccardo, e scommetto che ti da un errore sconosciuto

“Bravo.”

“E quindi?”

“Quindi vi imbarcate, andate a Vienna e ve le fate stampare da loro al banco del volo per Miami. Sicuramente loro risolvono il problema”.

“Sicura?”

“Certo!”. Si come no. Vedrai vedrai…

Tempo del check in: 20 minuti. Con questo fanno quattro avvisi. Va a finire che la Florida la vedo solo sul mappamondo.

Vienna.

Avvisi finali. Atterriamo a Vienna. Abbiamo un’ora e mezza per prendere la coincidenza ma siamo già in ritardo di quaranta minuti. L’hostess ci dice di fare in fretta perchè il nostro volo si trova a circa dieci minuti di tragitto a piedi da dove sbarchiamo. A complicare le cose, ci si mette una telefonata, ricevuta alle 8.30 del mattino. In mezzo alla pista mi ritrovo con i due bagagli a mano e il telefono incastrato tra orecchio e spalla a discutere, incazzato nero come un toro durante un rodeo. Mentre converso, mi parte via il telefono che si schianta al suolo e si apre come una cozza, ma mentre cerco di prenderlo al volo, colpisco gli occhiali che cadono per terra, frantumando una lente e spezzandola in due. Le ultime parole famose di Silvia la sera prima della partenza mi ritornano alla mente…

Tra mille imprecazioni colorite, riprendo la telefonata e inizio a grondare sudore, all’aperto, diventando paonazzo mentre mi si gonfia una vena in testa – chi mi conosce sa di cosa parlo. Fa talmente caldo che mi spoglio e resto solo con la magliettina della salute. Temperatura esterna: 1°C. E non lo sento. Ci dirigiamo verso il gate, arriviamo ad una scala mobile con Riccardo, tre mesi all’epoca, che dorme nel passeggino, bagagli a mano e un’addetta dell’aeroporto che ci dice, in tedesco, che non posso salire col passeggino sulla scala. Dobbiamo attendere che ci chiami l’ascensore. Preso dal nervoso e abbastanza alterato, gli dico di fare “schnell“. Arriverà il suo collega. Passano i minuti. Ne perdiamo altri dieci. Non ci vedo più: carico valige, passeggino e famiglia sulle scale e iniziamo ad andare al piano superiore mentre la tipa ci urla “nein nein“. Rispondo diplomaticamente “Ma vaffanculo!” e arriviamo di sopra dove le indicazioni ci mostrano il numero di gate, mentre lampeggia il messaggio “boarding now“.

Arriviamo al gate tutti trafelati, ma una delle due hostess che controlla le carte d’imbarco alla quale dico che veniamo dal volo di Venezia – e che qualche minuto dopo avrei voluto prendere a schiaffoni -, conosce già il nostro problema e ci manda al banco della compagnia che si trova “più avanti”. Ripartiamo verso il nuovo banco ma a metà percorso uno steward, che pochi minuti prima avevo visto dietro della hostess che ci aveva mandati “più avanti”, ci raggiunge di corsa e fa tornare indietro. È a conoscenza del problema e ce lo risolverà, afferma. Ci accomodiamo in un angolo e attendiamo. Gli consegno passaporti e copia della prenotazione. Si siede al PC e inizia a smanettare. Mentre riprendo fiato, vedo tutti gli altri passeggeri che vengono imbarcati, con non poca nostra invidia. Passano la bellezza di 20 interminabili minuti. Rachele, all’epoca quasi cinque anni, si alza e mi dice:

“Ma papà, ma quand’è che saliamo?!”

Non so che risponderle. Sta per assalirmi la disperazione, ma mi faccio forza e mentre sto per recarmi al banco del check in dove si trova lo steward, vengo bloccato dalla tipa da schiaffi.

“Dove vai?” Mi chiede in inglese

“Ho bisogno di informazioni”

“Di che tipo?”

“Posso sapere se partiamo o no?”

“Non si sa, probabilmente no!”

“Che cosa?!” La incenerisco con lo sguardo. “Perché?”

“Beh? Ci sono problemi coi tuoi ESTA. Probabilmente sono stati annullati.” Iniziano a tremarmi le mani, che fra un po’ andranno a schiantarsi sul suo brutto muso.

“Ma se era tutto a posto?! Ma lo sai che ho speso una valanga di soldi per questo viaggio?! E ora tu mi dici che mi hanno annullato il visto?!”

“Al governo americano non interessa quanto hai speso, se vogliono te lo annullano e basta. Comunque ora chiedo.”

Faccia da schiaffi si avvicina allo steward, e mentre lei gli parla, lui allarga le braccia sconsolato.

Alle sue spalle una ragazza dai tratti orientali, osserva impassibile, poi alza il telefono e si mette a parlare.

Faccia da schiaffi torna ed essendo mancata dal suo posto inizia un’anima discussione con la collega, che nel frattempo si era pure lei assentata. E mentre le due cretine discutono, vedo che lo steward scuote la testa. Penso sia arrivata la fine anticipata del nostro viaggio.

Mi siedo e mi lascio andare, credendo che ormai sia finita. Alzo lo sguardo e vedo la ragazza dai tratti orientali che esce dal banco del check in e mi fissa. Si avvicina e mi sorride. Mi alzo in piedi, convinto che la sua faccia sia quella che ci si mette in caso di brutte notizie. Quando è di fronte a me mi rendo conto che è una ragazza bellissima, dai lineamenti dolci e dallo sguardo affascinante. Sembra un angelo. E un angelo lo è davvero, perché mi dice:

“Non vi preoccupate, abbiamo un problema con la stampa delle carte d’imbarco. Il nostro sistema non riconosce il bambino accompagnato dal genitore. Ora sistemiamo tutto. Partirete senza le carte d’imbarco”.

Quell’angelo diventa in quel momento la donna più bella del mondo, la bacerei in bocca per ringraziarla. La tipa si gira e sta per tornare al banco ma la blocco.

“Scusi eh, ma non è che che mi fate fare 10 ore e mezza di volo e poi, quando siamo arrivati di là, ci rimandano di qua perchè i nostri ESTA non sono validi?”

“Perchè lo pensa? Ero al telefono con l’immigrazione di Miami, hanno confermato che è tutto a posto. C’era solo un problema col nostro sistema. Potete partire. Fate buon viaggio.” Mi sorride e se ne va, per poi tornare con due delle quattro carte d’imbarco. E’ una liberazione.

Non c’è più nessuno nella saletta del check in, solo noi e il personale di volo. Mentre percorro il tunnel che mi porta all’aereo, metto assieme tutti i pezzi del puzzle: un volo prenotato al quarto tentativo, i problemi al check in, la rottura degli occhiali – avevo noleggiato un’auto, ho guidato per 2500km e vedo a fatica da lontano -, il blocco alla partenza. Ne ricavo una cosa sola: sembra quasi che non dobbiamo partire. Che ci sia una forza misteriosa che continua a dirci “Non andate in Florida!” e che in due mesi ha cercato di bloccarmi per non farmi salire su QUESTO volo. Ma ormai non posso e non voglio più tirarmi indietro. Sarà quel che sarà. Mentre chiudo il passeggino arriva dietro di me un Israeliano tutto trafelato, in ritardo con la coincidenza. “Non si preoccupi” dice l’hostess” c’era anche una famiglia italiana in ritardo che stavamo aspettando.” Saliamo e il portellone dell’aereo si chiude alle nostre spalle.

Il 777 si immette nella pista e inizia a rullare. Non ho neanche avuto tempo di pensare alla mia paura di volare. Mentre sono seduto mi lascio andare un attimo e mi chiedo come farò a guidare negli USA senza i miei occhiali. Appoggio i gomiti sulle ginocchia e metto la testa tra le mani, pensando a tutto ciò che ho passato e a quella situazione snervante. Silvia, che in certi momenti usa chiamarmi come fanno gli amici, mi tocca la spalla e mi dice in dialetto:

“Pery, tuto ben?”

“No Silvia, me vien da pianser!”

Lei scoppia a ridere e mi prende tra le sue braccia, io non piango ma nemmeno rido. Penso solo al vuoto.

Epilogo

Una volta a casa, Silvia mi dice:

“Ma sai che in tutta questa storia e con tutto quello che è successo, ho quasi pensato che fossero dei segnali per cui non dovessimo fare questo viaggio?”

“Ho avuto il tuo stesso pensiero e te ne avrei parlato una volta a casa. Non volevo attirarmi ulteriori sfighe!”

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7 commenti

  1. Temevo di leggere che una volta arrivati a Miami a te e al povero bimbo fosse toccata la stessa sorte di mia cugina, che si è vista rifiutare l’ingresso negli USA per una “discrepancy” sul suo ESTA. In pratica è stata trattenuta 48 ore in una specie di cella di detenzione dell’aeroporto in attesa di essere rimpatriata.
    Spero che però il resto del viaggio sia andato bene!

    1. La tipa orientale mi aveva assicurato che tutto era ok, ma sai, dopo aver passato certe cose non è che sei tranquillo e quindi avevo soppesato pure questo fatto del respingimento. Però alla fine è andato tutto alla grande, e in macchina siamo sopravvissuti grazie a Silvia che ha dovuto farmi da navigatrice mentre guidavo di notte.

  2. Conosco esattamente il tuo stato d’animo! E’ andata allo stesso modo durante una prenotazione per un viaggio a Praga solo che alla fine ho desistito….credevo veramente che fossero dei segnali!
    Tanto che il giorno della partenza monitorai l’aereo con quelle app per vedere il volo in tempo reale aspettandomi un disastro da un momento all’altro! Disastro che per fortuna non c’è stato 😉
    Però cavolo quando ci si mettono eh!

    1. A volte i segnali vanno interpretati e se ritieni sia la volta “sbagliata” forse desistere non è poi tutto questo male. Ti dico la verità, ormai ero in ballo, ho ballato fino alla fine e mi sono divertito, ma quel tunnel verso l’aereo sembrava l’ultimo percorso verso un finale che avrei dovuto evitare. Ti confesso però che altre volte ho fatto come te: monitoraggio di voli non presi, x vedere se tutto fosse filato liscio o se x quella volta mi era andata bene.

  3. Mamma mia che ansia. A me è successo un casino durante la prenotazione del mio primo viaggio a Helsinki e sembrava proprio che non dovessi partire, ma niente in confronto a questo che hai raccontato! Che roba!

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