Alla domanda “Ma quando andiamo negli States?” rispondo sempre “Che discorsi: dal 30 Ottobre al 15 aprile, ovvero quando c’è la regular season di NBA“.

Il nostro viaggio negli Stati Uniti parte da una considerazione personale: con un bambino di 3 mesi non puoi andare dove vuoi, ma devi andare in un luogo che ti permetta di trovare latte e pannolini al di fuori della porta di casa, in un posto climaticamente caldo o per lo con temperature accettabili. Gira e rigira, scegliemmo la Florida. E siccome il periodo era gennaio, non potevo farmi scappare l’occasione di vedere una partita di basket americano.

AA Arena
AA Arena

All’inizio il programma prevedeva di arrivare a Miami, rilassarci per qualche giorno, poi partire alla volta della scoperta della Florida passando da Orlando e la costa occidentale. E c’era una cosa che dovevo assolutamente fare, una di quelle che ti segni nelle cento cosa da fare prima di morire: vedere una partita NBA. All’inizio la scelta cadde su Orlando-Toronto, una partita abbastanza sensata, con le squadre in buona salute e in lotta per i playoff. Ma la lega ha un’idea brillante: spostano la partita a Londra. Te pareva no? Io vado a Orlando e loro vanno a Londra. Non fa ‘na piega. Morale: restava una sola partita disponibile durante il nostro periodo statunitense, Miami – Milwaukee, partita tutto sommato anonima. Fu una scelta obbligata e sconvolsi il tour. Ebbene si. Il nostro viaggio si è basato su un evento come questo. Non potevo perderlo e così ho fatto.

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Heat Store

Lunedì 19 gennaio ci rechiamo al pomeriggio a visitare Downtown e la zona del Marina Bay – ma questo ve lo racconterò in un’altro momento -. Dopo una cena veloce all’Hard Rock Cafè, ci dirigiamo all’American Airlines Arena per l’ingresso. I biglietti, al costo di 60$ l’uno, li avevo presi due mesi prima. La differenza con un aeroporto sta negli schermi sulla facciata del palazzetto, che proiettano giochi di luce con i volti dei giocatori. Per il resto, i controlli sono del tutto uguali che in aeroporto. Si viene passati al metal detector, perquisiti e scandagliati da testa a piedi. Fatto questo, si va al banco dove possibili oggetti contundenti vengono requisiti e riconsegnati alla fine. Tra questi, mi sequestrano il mio obiettivo zoom 70-200, che mi avrebbe permesso di fare come fossi stato in campo.

Una volta terminati, si va al proprio settore e si entra in discoteca. Si avete capito bene. La musica è già sparata, c’è un DJ che, accompagnato da due signorine molto carine – per usare un eufemismo – spara musica a palla mentre la gente balla sugli spalti. Il primo colpo d’occhio va ai tre drappi appesi al soffitto, quelli di campioni NBA conquistati solo qualche anno prima. Il secondo va alle maglie dei migliori giocatori della franchigia, ritirate dopo la loro dipartita da Miami o dopo aver appeso le scarpe al chiodo. Dopo il riscaldamento delle squadre, c’è la presentazione dei giocatori. Gli avversari vengono presentati dallo speaker con una voce da funerale. Voce che cambia quando vengono presentati i Miami Heat. La squadra entra in campo tra le urla della gente, con musica, fuoco e fiamme.

Le partite vengono fissate prevalentemente durante le ore dei pasti. Da bravi business men, gli americani hanno vietato l’ingresso del cibo nel palazzetto e complice l’orario, si è costretti a pranzare o cenare all’interno, con prezzi non proprio economici: una birra costa sette dollari, un pollo fritto dodici, una pizza quattordici. Parliamo di porzioni medie di cibo spazzatura.

Il match si svolge nell’arco di quattro quarti da dodici minuti l’uno, con ovvie interruzioni durante il gioco, il che fa salire il tempo della partita a circa tre ore. Durante le pause, che possono essere semplici falli di gioco ma soprattutto durante i time out chiamati da arbitri o squadre, si accende la musica e la gente sugli spalti si lascia andare. I più scatenati sono ripresi dalle telecamere e proiettati sui maxischermi al centro dell’arena. Nonostante la partita, dopo solo due quarti, sia incanalata in direzione Milwaukee, la gente non smette di incitare la squadra e ballare. Lo speaker continua ad urlare ai pochi canestri degli Heat.

Alley Hoop
Alley Hoop

I ragazzi dell’animazione si mettono proprio nel nostro settore e qui la partita passa in secondo piano: vengono issati dal pubblico dei volti giganti raffiguranti i giocatori più importanti della squadra di casa, mentre una ragazza, la leader del gruppo di animazione, lancia un asciugamano nei settori adiacenti, con lo scopo di proclamare il settore più rumoroso del palazzetto. La vittoria è decretata dal solito speaker ed è simbolica, il casino e il divertimento sono tanti, la partita…la partita boh, ma stanno ancora giocando? Evidentemente si, ma noi siamo presi da quello che succede sulle tribuna. Sport e spettacolo ormai sono una cosa sola. 

Alla fine, dopo tre ore di puro divertimento, mentre i Milwaukee Bucks festeggiano la vittoria, gli Heat, sconfitti e delusi, abbandonano il parquet tra gli applausi del pubblico di casa. Noi facciamo defluire la gente e ci scattiamo le ultime foto di rito. Una squadra , nella stagione regolare, gioca ottantadue partite. Non si può sempre vincere, ma si può sempre divertirsi. Forse una delle esperienze più belle della mia vita. Questa è l’NBA.