Ve l’avevo mai detto che sono stato a Cuba? Era il 2007, viaggiavamo ancora in 2 e quell’anno la scelta è caduta un po’ forzatamente su Cuba. Pensare che io volevo andare in Repubblica Dominicana, ma fortuna volle che per quel periodo posto non ce ne fosse e restava solo l’Isla Bonita. Accettammo, lei di buon grado, io molto meno.
Adesso mi rendo conto che mai scelta fu più azzeccata.

Sono passati quasi dieci anni e viaggiavo in modo diverso: mi rivolgevo in agenzia e andavo nei villaggi, ora faccio tutto da solo – non che mi dispiaccia ogni tanto andare in agenzia eh -. Sta di fatto che per una settimana abbiamo alloggiato in un villaggio dove abbiamo mangiato come maiali, ma ciò non ci ha impedito di vedere Cuba in tutti i suoi aspetti. E da quei dieci anni, forse Cuba sarà cambiata molto, e continuerà a farlo ancora, specie dopo la fine dell’embargo. 

Per alcuni giorni ci siamo dedicati a quello cui più tenevamo: il mare cristallino dei Caraibi. Del resto a febbraio non è che hai tanti luoghi vicino a casa dove andare a fare il bagno. Ma se vai in un qualsiasi luogo, anche per rilassarti, non puoi non andare a vedere cosa succede fuori. E quello che ho visto all’esterno delle mura mi ha particolarmente colpito.

Credo che Cuba sia un mondo a sè stante, una nazione che più di tutte è ricca di simboli. Troppo facile vedere il Colosseo e le gondole per riconoscere che sei in Italia o il Grand Canyon per sapere che sei negli USA. No Cuba ha un’identità ben precisa.

Mentre ci rechiamo all’ Avana, lungo il tragitto l’autobus che ci porta si ferma in una specie di baracca tra le montagne dove ci consigliano di bere la Piña Colada: la bevanda intanto non è liquida ma cremosa, vi si aggiunge una spolverata di cannella e il Ron viene lasciato sul banco, “versatene quanto ne vuoi”. Sara la Piña Colada più dolce e più buona della mia vita. Arrivati nella Capitale, dopo una passeggiata tra le vie principali e e davanti alla cattedrale, ci dirigiamo a Plaza de la revolución, dove il volto dell’eroe nazionale Ernesto CheéGuevara giganteggia sulla piazza. I negozi di sigari artigianali sono ad ogni angolo e davanti al Campidoglio, modelle di nome Buick, Chevrolet e Cadillac, sfilano in passerella. E lungo il Malecón, coppie mano nella mano passano a fianco dei classici suonatori di tromba. Senza dubbio l’Avana mi ricorda di essere el alma de Cuba.

All’Avana abbiamo dedicato un giorno. Ci siamo dedicati poi a Santa Clara e al Mausoleo del Ché. Santa Clara è famosa per essere stata la città più importante durante la rivoluzione: è qui che Batista ricevette il colpo di grazia e nel mausoleo riposano i resti del Dottore i di 6 suoi compagni battaglia, dove in onore del Ché brucia il fuoco eterno.

Mausoleo del Ché a Santa Clara
Mausoleo del Ché a Santa Clara

Trinidad invece si discosta un po’ da tutto questo simbolismo: la città vecchia, patrimonio dell’UNESCO. Non c’è il Ché, ma passeggiando tra le case basse e le strade di ciottoli potrete incontrare persone che portano a spasso gli asini o i galli. Le auto cubane sono rare, si trovano fuori Trinidad, ma gli arredamenti delle case sono ancora stile anni ’50 – c’è un frigo che funziona ancora ed è molto più vecchio di me – e nei bar potete gustare la Canchanchara, una bevanda a base di acquavite servita su un bicchiere di terracotta.

Mi sono bastate due giornate in queste città per capire che se vedi sigari, auto, rum e Ché Guevara allora sei ammalato di Cubanite. Ho capito di aver avuto a che fare con un paese autentico, meraviglioso e ospitale. Nonostante l’embargo sia stato un muro verso l’esterno imposto dagli altri e non per scelta propria, i cubani hanno avuto la forza di alzare la testa nuovamente e continuare. In qualche modo l’embargo si è potuto aggirare, ma non per tutto – il 90% delle cose si producevano in case -. I generi di prima necessità si compravano allo store in quantità elevate per rivenderle col carrettino al proprio paese. In alcune discipline, come medicina e istruzione, Cuba ha raggiunto l’eccellenza. E quel muro eretto dall’embargo ha fatto si che Cuba sviluppasse un simbolismo talmente forte che ora sigari, auto, rum e Ché Guevara sono l’identificazione di Cuba, un’identità che se cercate in altri posti sicuramente non trovate.

Ma tutto questo ora, con la fine dell’embargo, rischia di svanire. Si rischia di volgarizzare sessant’anni di storia in una decade poco meno. Basti pensare che ora iniziano ad arrivare le crociere, il cibo inizia ad essere importato, idem per le auto credo. Sicuramente arriveranno gli americani coi loro capitali. Prima hanno cercato di colonizzare Cuba con le armi, ora ci provano coi soldi. Gli americani già prima non mancavano, si prendeva un volo con coincidenza a Nassau e poi per l’Avana. Ora ci sarà un’invasione. E assieme agli americani arriveranno anche la coca cola, gli iPhone, le decappottabili e cambierà – e spero vivamente di no – l’opinione su Che Guevara, che da eroe nazionale passerà forse a ribelle.

Per le strade di Trinidad
Per le strade di Trinidad

L’embargo non deve essere stato semplice per i locali, ma ora che è finito potrebbe portare delle migliorie, e coi capitali che arrivino potrebbero arrivare anche un maggiore e migliore tenore di vita. Ma sarà per tutti? O provocherà divari di ricchezza con conseguenti tensioni sociali? Sinceramente vedere l’identità Cubana sacrificata in nome del Dio Denaro, non è che mi vada tanto a genio.

Ricordo che passeggiando tra le vie di un mercati di Varadero, la località più turistica di Cuba, dove anche Al Capone aveva una villa, c’era una canzone di un artista locale sparata a tutto volume. Diceva “No quiero tú dinero, Varadero”. Se Cuba dovesse perdere la sua identità per tutto ciò allora forse era meglio non volere quel dinero per salvare l’identità della mia vecchia e amata Cuba