Era fine Aprile quando, appena tornato da Stoccolma – un giorno ve ne parlerò – mi dicono che sarei partito per le Maldive. A due mesi di distanza, tra esami, libri e vita privata, le Maldive erano un sogno che si avvicinavano lentamente. Sapevo che mi sarei dovuto preparare psicologicamente al cambio di Paese, con le sue usanze e i suoi cibi. Quindi avrei dovuto informarmi bene “Ma tanto c’è tempo” pensavo
A due mesi di distanza dall’ok e a due giorni dalla partenza, tra l’altro comunicatami il venerdi per la domenica, sapevo poco o niente sulle Maldive, se non che fossero 1200 isole nell’oceano indiano. In fretta e furia preparo i bagagli, raccolgo qualche informazione e parto. Ciao Italia, ciao pizza, ciao spaghetti, buongiorno Chapati.

 

Chapati
Copyright dottor Perugini Billi

I primi mesi di adattamento sono stati micidiali per quel che riguardava il cibo: già sono schizzinoso, gli spaghetti al pomodoro, chiamati Matriciana, erano sugo di pomodoro e panna, oltrettutto scotti. Il resto del cibo era speziato e si mangiava anche con le mani. Poi, a settembre, la sorpresa. “Da oggi inizia il Ramadan“. Avevo una vaga idea di cosa fosse: per me era il digiuno durante le ore di sole ma evidentemente non ero ancora ben informato.

Avevo passato un mese ad abituarmi ai ritmi, alla nuova vita, alla lingua e soprattutto al cibo. E ora mi ritrovavo a dover riadattarmi nuovamente. A partire dagli orari. Prima la cena era dalle 18.45 alle 21.00, ora si passava dalle 17.15 alle 17.45. Come potevo avere fame alle cinque e un quarto del pomeriggio? Era improponibile. Potevo andare alle 21.00, peccato che con la fame che avevo, la quantità di cibo era misera.

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Una sera, dopo qualche giorno dall’inizio del Ramadan, sovrappensiero mi recai alla mensa. Erano le 20,00. Inizio a servirmi mentre centinaia di occhi mi osservano con aria imbarazzata. Io continuo. Mi si avvicina un cuoco mentre sono in coda per prendermi da bere. “Sorry, are you muslim?” Mi chiede tra lo stupito e lo scocciato. Ovvio che no. Mi prende il vassoio, me lo sfila di mano e mi dice perentorio indicandomi l’uscita. “Come back later!”. Arrivedeci e grazie. Passi pure più tardi, se trova abbastanza cibo ovviamente. Tra l’altro i cuochi che in quel periodo cucinavano non erano molti e quindi la quantità di cibo veniva ridotta.

Per rispetto verso coloro che digiunavano ci veniva richiesto di non parlare di cibo. Se dovevamo mangiare qualcosa, specie come succedeva al tea time delle 15,30, non potevamo portarci cibo in ufficio come succedeva spesso, non dovevamo parlarne o se dovevamo mangiare lo dovevamo fare lontano dai colleghi a digiuno. Eravamo condizionati anche durante il momento della preghiera: c’era chi si assentava, altri invece pregavano in ufficio. Ovviamente ci veniva chiesto di uscire. Stendevano il loro tappetino rivolto verso la Mecca e passavano 5 minuti in ginocchio. Il rispetto per il tutto, da parte nostra, era massimo. Per un buon mussulmano, i 5 momenti di preghiera al giorno sono fondamentali, specie nel periodo del Ramadan.

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Mi continuavo però a chiedere, in quel mese, chi sentisse il Ramadan come un obbligo imposto e chi come una pratica puramente religiosa, praticata per propria volontà. La percentuale si divideva a metà. Ho avuto occasione di parlare con colleghi e amici e tra quelli che avrebbero fatto volentieri a meno la conversazione era più o meno così ” Ma tu fai Ramadan?” “Si” “Non mi sembri felicissimo di farlo. Ma faresti a meno?” “No” “E allora perchè lo fai?” “La società…” alzavano le spalle come dire che il giudizio della società avrebbe pesato su di loro. La trasgressione al mese del Ramadan non è consentita, piuttosto si trasgredisce in privato, ma mai in pubblico. E si sta molto ben attenti nel farlo, sempre lontano da occhi indiscreti. Di solito durante il giorno, ci si concede un goccio di acqua o una briciola di pane, ma sempre lontano da occhi indiscreti – me lo ha confidato un ex collega -.

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Comunque sia, alla fine del Ramadan, indipendentemente dalla fede religiosa, si festeggia con un bel buffet tutti allo stesso tavolo. E’ il momento dell’Eid Mubarik, che per solennità si può paragonare alla nostra festa di Pasqua. Ci si scambia gli auguri e si mangia tutti assieme, aspettando il prossimo anno per il prossimo mese di digiuno.