Le Maldive, in quanti le sognano… Alzi la mano chi non le ha sospirate almeno per una volta nella vita. Vi assicuro che sono un autentico paradiso in terra. Un luogo unico nel suo genere che al suo interno nasconde molte contraddizioni. Che ci crediate o no i paradossi qui sono all’ordine del giorno. Se pensate che tutto sia bello e semplice per chi vive vi sbagliate di grosso.

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Uno dei grossi problemi sono i trasporti. Muoversi nella capitale non è un problema, basta utilizzare un motorino o una macchina e il gioco è fatto. Malè ha confini ben precisi delimitati dal mare e questo non permette la presenza di treni o metropolitane. I problemi piuttosto sorgono invece quando ci si deve muovere da isola a isola, specie se le isole non sono di così grande importanza e se si è nativi del luogo. Ci si muove o via barca o meglio ancora, via aerea, con gli idrovolanti guidati da piloti piedi nudi.

Purtroppo nella terra del lusso, a comandare effettivamente sono i turisti. In una economia basata per il 90% sul turismo e per il 10% sulla pesca, con che coraggio si andrebbe a lasciare a terra da un volo un turista? E’ questo uno dei grossi problemi: i voli. Per un turista il problema non sussiste: considerando che spesso viene accolto con il tappeto rosso, sarebbe impensabile fargli perdere il volo di connessione tra l’aeroporto e il suo resort e vice versa. Chi invece si trova spesso a rinunciare a volare, sono i nativi maldiviani. Questo succede spesso per una concatenazione di motivi: innanzitutto chi deve salire sull’aereo. Se sono turisti, mai e poi mai si direbbe loro che non possono volare. Può capitare che ci sia qualche lavoratore straniero che deve andare a Malè, ma di solito il suo volo per la capitale è spesso collegato a un volo intercontinentale e quindi è difficile che venga respinto. Se sei invece di passaporto maldiviano, puoi attendere.

Poi ci sono i limiti di peso: se il mezzo lo supera, calcolato secondo precisi standard e procedure, ecco che il volo viene chiuso. E chi ci rimette è di solito il nativo maldiviano che vive a 3-400 chilometri da casa e che magari non vede la famiglia da qualche settimana o addirittura qualche mese, ma che ha fatto richiesta di essere su quel volo la settimana precedente.

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Trovarsi al luogo dell’imbarco e sentirsi dire “Non c’è più posto” oppure “siamo fuori peso limite” non è un fatto raro. Il caso più emblematico è stato quello di un ragazzo che, arrivato in motoscafo da un’isola vicina alle 9 del mattino, doveva recarsi a sud di Malè ma alle 5 del pomeriggio si trovava costretto a cercare una sistemazione per la notte. E’ stato respinto cinque volte, due per limiti di peso, due per mancanza di posto e una perchè l’aereo sarebbe ripartito alla volta di Malè solo il giorno successivo.

Come alternativa al volo, si può scegliere la barca. Dico solo che per andare a Malè ci vogliono, dai due estremi delle 1200 isole, circa dieci ore di barca, tempo e mare permettendo. Prima però bisogna trovare la barca che vada nella Capitale, il che non è semplice. Le barche arrivano cariche di merce alle isole e prima di tutto vanno scaricate. Poi una volta fatto questo si vede che succede e che cosa decide il Capitano. A volte non si riparte, altre volte la destinazione non è quella che si spera, altre ancora è il mare che non permette di ripartire. E quando si deve ripartire, una volta trovata la barca, potete prendervela comoda: la barca non riparte subito, ma tra una cosa e l’altra ci metterà minimo un paio d’ore, cosa che si traduce per chi parte in montagne di tempo perso. A volte, quando la barca non riparte, urge trovare una sistemazione per la notte. Cosa difficile ma non impossibile e generalmente una sistemazione si incontra.

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Ma la cosa forse più umiliante credo sia quella in cui a passare davanti non sono solo le persone, ma anche gli oggetti, più precisamente le valige, nello specifico. Un mio collega, proveniente da Addu, l’ultima isola di tutto l’arcipelago, fu addirittura fatto scendere dal volo per colpa di un carico di valige in ritardo: un volo da Dubai aveva raggiunto Malè senza alcune valige e bisognava recapitarle a destinazione il prima possibile. Si decise di prendere il primo volo utile, cambiarne il piano scaricarlo dai passeggeri, quasi tutti locali, e riempirlo di bagagli. In tutto in nome del turismo.