Febbraio 2008, la mia università pubblica un bando per una posizione alle Maldive. Tra mille perplessità, decido di candidarmi e, come nelle storie a lieto fine, vinco o vince chi si spera (non me ne vogliano gli altri che si erano candidati). Sarà l’inizio, di li a 4 mesi, di un’avventura che mi segnerà profondamente, un viaggio lungo 15 settimane, che mi segnerà su molte cose ma che soprattutto sarà un inizio di vita a 5 stelle vista dal lato sbagliato.

Si perchè oltre che ad alloggiare in un’isola di 1km per 200m, queste le dimensioni, mi sono ritrovato in situazioni che mai avrei pensato, un po’ per ignoranza, un po’perchè non ho potuto evitarlo. E mentre i miei ospiti godevano di tutti i confort, io vedevo la vita di chi non ha nulla o si sbatte per dare di tutto agli altri a stipendi da fame.

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Tutto parte da Malè. Il volo Eurofly mi porta dalla Malpensa alla capitale degli atolli dopo nove ore di volo. Ovviamente, notte in bianco causa paura del volo.

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All’uscita del terminal ho appuntamento con Zakir, ragazzo dello Sri Lanka che mi attende. Dove non lo so, infatti perdo circa un quarto d’ora a trovarlo, prima di scoprire che mi aspetta al banco del resort. Ci presentiamo poi mi dice di seguirlo. Mi fa salire su una barca maldiviana, che ci porterà a Malè, la capitale. La mia valigia finisce nella stiva, accanto al motore che fa un rumore infernale ma di potenza ne sprigiona poca. Per parlarci dobbiamo urlare. Ci sono altre valige in un centro barca, ma secondo me non ci rimarranno molto, alla prima ondata fuori dal normale queste volano in acqua, penso. Più mi guardo attorno e più credo di essere in un barcone della speranza, sgangherato e governato da un Sampei maldiviano che guida a piedi scalzi.

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Durante il tragitto scopro che a Malè dovrò fare delle visite mediche di rito e quindi non avrò tempo per rilassarmi. La traversata dura circa mezz’oretta e una volta arrivati assaporo per la prima volta la vita maldiviana. Al porto, tra barche da pesca e Dhoni – barche tipiche maldiviane che si caratterizzano per essere guidate coi piedi – ha luogo una specie di mercato del pesce a cielo aperto e in strada. Le cassette di pesce vengono lanciate sui marciapiedi, alcuni pesci cadono in strada e con noncuranza vengono rimessi nelle casse mentre le auto sfrecciano sulla strada, sfiorando casse, pesci e marinai. Il bello è che nessuno si preoccupa di niente, tutto procede normalmente come se nulla fosse.

Lasciata la valigia in hotel, per la prima volta sperimenterò la guida asiatica. Un taxi ci viene ad accogliere davanti alla reception. Non è decisamente un taxi: non ci sono insegne o numeri di telefono per chiamarlo. Perplesso, salgo a bordo e via, il provetto Schumacher parte sgommando, ignorando quei pochi segnali stradali e immettendosi in una strada principale. Veniamo presto affiancati da uno sciame di motorini, tutti rigorosamente con due persone o più a bordo, che ci sorpassano da entrambi i lati e sfiorando chi viene in senso opposto. Ai semafori sembra di assistere ad un’altra gara tra motorini pronti a scattare al verde, con bambini e madri in chador spettatori non paganti ai bordi della strada.

Termino le visite abbastanza velocemente, probabilmente ho qualche raccomandazione che mi fa passare le code. Riesco a tornare in hotel dopo aver passato vari ospedali e soprattutto essere sopravvissuto a vari tassisti.

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Cala la notte, io ho un problema: mi serve un adattatore per la mia spina. Chiamo Zakir che da brava guida mi conduce per le stradine di Malè. La città è stata travolta da un violento acquazzone nel pomeriggio mentre io dormivo. Le strade sono per lo più sterrate e piene di pozzanghere. C’è solo qualche lampione, poche luci fioche e qualche insegna che più che pubblicizzarsi, serve a illuminare la strada antistante. Zakir prosegue tranquillo e mi porta tranquillo dentro la città, io non è che mi fidi molto di tutti quei tipi che sono appartati agli angoli delle strade. Ma lui, spensierato, mi dice “No problem”. Ok se lo dici tu. L’importante è trovare l’adattatore e ci riuscirò.

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Torno definitivamente in Hotel e ci diamo appuntamento a domani. La sveglia suona presto, alle 7 devo essere nuovamente in aeroporto per andare al resort. Meglio andare a letto. Così faccio. Mi addormento subito ma nel cuore della notte sento un urlo, che sembra un pianto ma infine scopro essere un canto. E’ il Muezzin che richiama i fedeli alla preghiera. Nella società islamica si prega cinque volte al giorno, al partire dal mattino presto. Impreco 3 nanosecondi, ficco la testa sotto le coperte e buonanotte a tutti per la seconda volta. Speriamo che il barcone della speranza domani non affondi, se va’ così, sono sopravvissuto.