Ci sono passioni nella vita che a volte riescono bene altre male. La fotografia, per me, è una di queste passioni e ultimamente scattare mi riesce bene. A volte produco schifezze che butto subito, altre le trovo belle, le modifico e le tengo. Ma c’é una foto che io considero il top. La reputo il mio piccolo capolavoro personale, un piccolo scatto di cui vado orgoglioso. 

Innanzitutto il titolo della foto: parafrasando una canzone dei Dream Theater, “Lines in the sand”, questa è “Lines in the lagoon” per motivi che si possono capire dalla foto.

Lo scatto è stato fatto a Venezia una sera di Aprile. Dal punto di vista tecnico, avevo impostato la macchina, la mia canon 1100D, con diaframma f/11, ISO 400 e otturatore a 30 secondi. Obiettivo: 50mm fisso 1.8 .

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Questa foto ritengo sia il mix di più fattori. Personalmente non credo nelle coincidenze, piuttosto credo nella fortuna al gioco d’azzardo e in qualche altro caso, come questo; che la fortuna aiuti gli audaci, ma credo che sia fondamentale essere al posto giusto al momento giusto. In quel luogo e in quel momento non ti ci porta nessuno, sei tu che ci vai di tua volontà, quindi non è stata fortuna essere a Venezia quella sera, ne tanto meno mettermi dov’ero in quel momento. Certe situazioni te le devi creare, e io così ho fatto. Quindi, un po’ di tecnica, un po’ di fortuna e farmi trovare al momento giusto nel posto giusto. Ma veniamo ai fatti.

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Stavo terminando un corso avanzato di fotografia di circa un mese e la penultima lezione era un’uscita fotografica a Venezia. Dopo il giro per le calli, ci eravamo dati appuntamento ai piedi del Ponte di Rialto. Molti avrebbero salutato, gli irriducibili invece avrebbero proseguito l’uscita in notturna. C’era però un piccolo problema: non avevo un treppiede. A prima vista potrebbe non sembrare un problema ma chi fotografa sa che il treppiede di notte è come l’acqua nel deserto: se ce l’hai ti salva. A meno di alzare l’ISO, scattare a mano libera con una mezzo formato può comportare foto mosse o rumorose. Quindi si cercano dei punti d’appoggio.

Dopo cena ci siamo recati in Riva degli Schiavoni per fare una foto che ormai è diventata un clichè per chi va a Venezia: fotografare la Chiesa di San Giorgio. Il sole era sceso da un pezzo, la notte ormai comandava su Venezia, restavano solo le luci artificiali. Setto la macchina, metto in iperfocale e cerco un punto d’appoggio. Lo cerco per terra ma il porfido di Venezia è sporco. Cerco un muretto, niente, non ne vedo. Mi salta all’occhio un pontile. Ok, sicuramente non sarà pulito ma chissenefrega, devo trovare un punto di appoggio e poi così eliminerei delle cose inutili nell’inquadratura come briccole e barche. Quindi vado in punta, mi stendo e punto la macchina usando il tappo dell’obiettivo come appoggio per mantenere dritta la lente e avere la Chiesa dentro l’inquadratura. Clicco il pulsante di scatto, e dopo i due secondi dell’autoscatto, partono i 30 secondi dell’otturatore. Pur di evitare il micromesso, resto immobile trattenendo anche il respiro . Così mentre io divento blu come un puffo, a dieci secondi dalla fine, ecco l’immancabile imprevisto: un rumore di una barca che si punta diritta verso di me. “beh si fermerà qui a fianco” penso. E invece no, ecco che la barca passa proprio davanti alla mia bella macchina con l’otturatore spalancato e attracca un metro dietro di me. L’otturatore si chiude e la 1100D inizia a elaborare lo scatto. Così, mentre riempio di insulti il “barcaiolo del c…, testa di m… ecc.” mandandolo a fare in quel posto perchè mi ha rovinato la foto, prendo i miei averi e mi dirigo verso riva, imprecando ancora e pensando di cancellare già la foto.

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Invece il prodotto non è poi così male. Beh, mi piace. Piace non solo a me, ma anche ad altri, in particolare a qualcuno che mi fa fare anche un ingrandimento di quella che ritenevo una porcata a priori. E il risultato è questo. Giudicate voi. A volte, non tutti i mali vengono per nuocere.

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